17/10/2007 - Goldin, vince chi offre emozioni
E legge Goffredo Parise: partire dal sentimento per poter parlare a tutti

Marco Goldin trasforma l’emozione in un vettore primario e assecondando le accensioni di quella scintilla, da autentico neo-romantico che esce dall’abito del più scrupoloso razionalista - com’egli apparirebbe - mette a punto la lectio magistralis in apertura dell’anno accademico dell’Accademia Santa Giulia. Neo-romantico poiché egli muove da questo impeto, nella realizzazione delle mostre, essendo certo che esso sia poi trasmissibile allo spettatore; e rifiuta, nonostante la mira straordinaria nell’ambito delle scelte del filone espositivo, nonostante una contabilità perfetta e la macchina da guerra napoleonica del marketing - e il suo, in questo campo, è un esercito implacabile, rapido e preciso, proprio come l’Armée - di ricavare regole economiche, formule, magie alchemiche dal successo delle sue mostre. Se non ci fosse la vibrazione emozionale, tutto sarebbe destinato a precipitare.
«Non parlerò allora di cifre, che sono pure importanti. Molto spesso, quando mi chiamano all’università nell’ambito di qualche approfondimento dedicato a cultura e organizzazione, quando si pensa che io possa trasferire in una formula il segreto del successo, gli ascoltatori sono destinati a rimanere delusi dalla mancanza di riconducibilità del mio percorso a un codificabile modello economico. Credo invece che il punto di partenza sia estetico, filosofico, poetico. Ed è per questo che, nel corso delle lezioni che terrò all’Accademia, parleremo di libri, di letteratura, di pittura, ma soprattutto di emozioni».
L’emozione, allora, radice primaria dell’opera d’arte; che è colore e vibrazione, disegno e forma fino a divenire specchio dello spettatore stesso che assume suggestioni dal dipinto, le porta in sé, vi si proietta.
Nonostante l’apparente durezza da tiratore scelto, Goldin è un uomo che vive in vibrazione. E lo si afferra immediatamente mentre rievoca i primi passi difficili in questa città che ieri l’ha letteralmente incoronato, con un omaggio da parte delle istituzioni, un omaggio che si riserva a un generale vincitore. Ora Goldin non è così impenetrabilmente roccioso, come appare nel momento in cui occupa tutte le scene possibili e immaginabili.
Quando infatti nel corso della lectio muove dal racconto del suo primo arrivo a Brescia, il labbro disegna un’acuta discendente, poiché, dice, «ho avvertito, all’inizio una fredda accoglienza», ma risale poi con pienezza alla soddisfazione degli ultimi anni, fino a sentirsi - un’altra volta - emotivamente coinvolto da questa realtà.
«E’ inutile che io nasconda le critiche che mi sono state mosse, specie nei primi anni - dice il critico d’arte, giocando a carte scoperte - Si è voluto leggere l’ampio accesso del pubblico alle mostre come un elemento negativo. E tutto ciò discende dal fatto che, in Italia, la cultura è ancora considerata una realtà elitaria, attraverso la quale si delinea un’autentica casta». L’emozione estetica, argomenta, consente invece di aprire un percorso che da una risposta primaria, semplice e universale avvia un rapporto di crescita in direzione della conoscenza, portando cioè quella che è un impressione soggettiva a un rapporto più ampio con il mondo dei segni e della cultura.
«Bisogna pertanto - dice Goldin - partire dalla costruzione della sensibilità, iniziando a connettere le nostre emozioni, dal basso. Lo studio è importante ma non è tutto. La preparazione accademica ha un grande valore ma non può cancellare la fiamma dell’emozione. E’ questo che vorrei far capire ai ragazzi. Perché è da quel punto che tutto inizia positivamente».
Quindi il relatore - che svolgerà altre lezioni all’Accademia di Santa Giulia, tra novembre e dicembre - è passato a indicare nel racconto «Malinconia» dei Sillabari di Goffredo Parise uno di quei nuclei poeticamente dolci e ben delineati, che mette in luce il piano emozionale inteso come primo passo in direzione dell’articolazione della conoscenza, in una chiave che passa dal vedere al guardare, dall’ascoltare al trasformare una sensazione in una storia che rende palese il nostro rapporto con gli altri e con il mondo.
Nel racconto citato da Goldin, Parise ricostruisce la vicenda di Silvia, una bambina di sette anni, che viene accompagnata dal nonno a una colonia marina. La piccola, durante il soggiorno, a causa dei profumi e dei colori che si intensificano verso il tramonto, prova - senza saperla definire - una profonda malinconia, che è in fondo il motore primo di ogni sentire poetico. Vive allora l’emozione che le consente di intuire la struggente bellezza della vita e il dolce languore che nasce nel momento in cui i colori e gli odori, in un potenziamento irreale, nella contrazione del crepuscolo, sono pronti allo scivolamento verso l’estinzione, verso la notte.
La piccola protagonista del racconto di Parise sente, s’emoziona senza che sia ancora in grado di trasformare questa fiamma percettiva in parole, senza darsene una spiegazione. Sarà l’incontro finale con il nonno e con la suora, che descriverà Silvia come una buona bambina malinconica, ad indurla ad esplorare la necessità di conoscenza attraverso una definizione dello stesso concetto di malinconia. Un piano allegorico che ben si attaglia alle scelte di Marco Goldin, il quale intende primariamente parlare all’intelligenza emotiva dello spettatore. Le definizioni e la cristallizzazione del pensiero in concetto verranno successivamente. Il critico ha quindi evidenziano la necessità di non servire mostre fredde, ma già fortemente caratterizzate dalla compartecipe emozione dei curatori; ha sottolineato l’importanza di adottare un linguaggio piano, non esclusivo, proprio per evitare che l’evento sia riservato a quella casta di intellettuali che, a suo giudizio, lavora molto spesso per la conservazione dei privilegi. L’arte e la cultura sono invece indispensabili per annullare le distanze. A partire dall’esempio di Silvia, con la percezione dei colori struggenti e intensi, che avverte la necessità di risalire dall’emozione alla sua definizione, dal particolare all’universale. E già questo, lascia intendere Goldin, è un grande passo verso la cultura.

Maurizio Bernardelli Curuz


Fonte: Giornale di Brescia