26/10/2005 - La storia di Erika Cunja

La storia di Erika, studentessa di pittura e già all’opera nell’editoria
Il mio lavoro? Colorare fiabe
L’università, un corso di fumetto e uno stage nel curriculum

 

Un tecnigrafo, una lampada e un’idea: il lavoro comincia. Sopra: un disegno di Erika Cunja


Erika Cunja


  


Marco Tedoldi


 

Dedicare la propria vita alla pittura e all’illustrazione di fiabe. Questo è per la 27enne Erika Cunja, promettente allieva dell’Accademia di Belle arti «Santa Giulia», molto più che un sogno, ma una speranza concreta e realizzabile, corroborata da una passione inesauribile della quale ha voluto farci partecipi raccontandoci la sua storia e le sue aspettative per il futuro, inscindibilmente legato al mondo dell’arte. «Fin da quando ero bambina - ci ha detto - ho sempre disegnato tanto. Diversamente dalle mie coetanee, passavo molto più tempo a dipingere che a giocare con le bambole. Poi, alle elementari e alle medie ho sempre coltivato la passione per il disegno, soprattutto nel tempo libero. Attraverso i disegni esprimevo desideri, ma anche paure. Passavo da prati in fiore baciati dal sole a disegni più cupi, a seconda delle mie sensazioni. Ricordo che una volta mio padre mi raccontò una fiaba che mi aveva spaventato parecchio, e subito quelle sensazioni le ho tradotte su un foglio di carta, con immagini e colori cupi». Il percorso di vita di Erika cominciò a piegare in maniera sempre più marcata verso l’arte quando si iscrisse al liceo artistico Foppa. «Di fronte al primo bivio che la vita mi poneva di fronte, ho scelto l’arte. Certo - aggiunge - non sapevo ancora di preciso quale sarebbe stata la mia strada, ma già avevo scoperto che non mi interessava il disegno geometrico. Ne avvertivo tutta la rigidità e non mi piaceva dover sottostare a misure, squadre, e al segno lineare, che vivevo come un’imposizione che non lasciava spazio alla mia libera fantasia». Libera fantasia che trovava sfogo ancora nei disegni eseguiti a casa, dove il mondo dei fumetti cominciava a rappresentare la maggiore fonte d’ispirazione. «In quel momento il mio sogno nel cassetto era di entrare all’Accademia Disney di Milano: avrei voluto un giorno disegnare su "Topolino" o per i lungometraggi della Disney». Inoltre, sempre durante gli anni delle Superiori, si cominciò a stabilire un profondo legame col mondo dell’infanzia, che più tardi avrebbe rivelato una sempre maggiore influenza: «Alla parrocchia di San Gaudenzio in Mompiano svolgevo attività di animazione per i bimbi: a loro insegnavo a fare lavoretti per occasioni particolari e li facevo disegnare tantissimo». La passione per il mondo dell’infanzia fu così travolgente che, al termine delle Superiori, la sua scelta universitaria cadde su Scienze dell’educazione, in Cattolica. «Ma - puntualizza - non ho comunque mai smesso di inseguire il mio sogno artistico: nel frattempo ho partecipato a un corso biennale di fumetto con l’illustratore Ruben Sosa. E, più tardi, ho fatto uno stage ad Acquaviva Picena con Corrado Mastantuono (famoso disegnatore di Topolino e di altri personaggi di fantasia), e con lo sceneggiatore Giorgio Pezzin. Tutto ciò mi è servito per conoscere artisti con stili diversi, che mi hanno aperto a nuove influenze». Terminati gli studi universitari, Erika è stata per un anno supplente alla scuola media, dopo di che, spronata dal padre non meno che da un desiderio interiore rimasto assopito per qualche anno, decise di iscriversi all’Accademia Santa Giulia. «Ho iniziato tardi, certo, ma anche in maniera consapevole: ho quindi potuto impostare meglio il mio piano di studi e sfruttare tutte le opportunità che l’Accademia mi offriva». La sua scelta cadde sul diploma di laurea in Pittura, ma continuò anche con l’insegnamento di illustrazione, dove scoprì la sua vera vocazione: «Lì capii che l’illustrazione per bambini era il mio vero interesse: il loro mondo così fiabesco, ingenuo e puro, esercitava su di me un fascino enorme». E così iniziò a indirizzare il suo percorso pittorico proprio in questo senso, anche dal punto di vista lavorativo: «Per la casa editrice Vallini ho illustrato un libro di matematica per bambini, ed ora collaboro con una rivista slovena con sede a Trieste, la "Galeb". È un sogno e un onore per me disegnarci, anche perché la leggevo fin da piccola insieme a mia sorella. Ogni mese illustro una fiaba a colori: mi spediscono la storia ed il mio compito è raffigurarla». Ma il sogno nel cassetto è un altro: «Fare un libro tutto mio, scritto e illustrato da me». Quali sono però le reali prospettive di lavoro che si aprono per un illustratore? Si può vivere facendo quel mestiere? «Purtroppo non esistono più studi di illustrazione e le chiamate sono solo saltuarie. D’altronde si sta un po’ perdendo il disegno a mano libera, sempre più sostituito da quello a computer, che non racchiude però in sè la stessa poetica. Pensiamo al "Bambie" di una volta: la sua poesia oggi non è più eguagliabile. Forse - ha proseguito - solo nei Paesi dell’Est si è salvato qualcosa del fascino del disegno di una volta, perché lì sono più legati alle tradizioni». Che cosa riserverà il futuro a Erika? «Tra un anno darò la tesi sull’illustrazione della fiaba e intanto continuerò le mie collaborazioni: terrò anche un laboratorio sulla fiaba per la libreria Colibrì». Nel frattempo, però, di soddisfazioni ne ha già raccolte: l’ultima volta è stata a settembre, quando al «Festival della Brescianità» hanno esposto tre suoi disegni. «Crearsi un mondo proprio e far ricorso alle risorse interiori più che all’esterno»: questo il suo consiglio più sentito agli aspiranti artisti.

 

Fonte: Giornale di brescia