06/03/2008 - Gallizioli dal surrealismo al magico nella natura

Nel filone delle mostre dedicate ad artisti bresciani di lungo corso anche sulla scena nazionale, come già Carlo Pescatori o Giovanni Repossi, la rassegna al Piccolo Miglio in Castello inaugurata ieri dal sindaco Corsini e dal presidente di Brescia Musei Agostino Mantovani, ripercorre mezzo secolo di pittura di Giuseppe Gallizioli, artista sempre vissuto a Costalunga, nella casa paterna che all’origine aveva ancora aia, fienile, alle spalle la macchia selvatica, e che lui lentamente ha trasformato in una sorta di giardino di Giverny alla Monet, con tanto di stagno, facendo della pittura un modo per difendersi, come il campo di un contadino, dall’assedio urbano e industriale. Gallizioli è noto in città anche per il costante impegno, nei decenni, nell’Associazione artisti bresciani.
Per i più giovani, che da almeno vent’anni sono abituati a incontrare i dipinti di questo pittore - tra golfi e dirupi d’isole dalmate e greche e domestiche boscaglie e siepi di Costalunga -, sciolti in una fluida e luminosa pittura di tocco, memore dei fauves e dei nabis come di una infanzia selvaggia (colori puri e densi manipolati come fuochi d’artificio, la luce trasformata prima in musica vivida, rutilante nella natura, poi sempre più sfrangiata, inquieta e malinconica che vibra e s’estenua in tepore dolce e carezzevole), sarà una sorpresa scoprirne il lungo percorso che ha attraversato le stagioni del realismo esistenziale, dell’informale naturalistico, della pop art, del surrealismo (questa stagione vide il pittore molto presente in prestigiose sedi dai Paesi Bassi al Belgio, dalla Francia alla Germania).
Beppe Gallizioli alla fine degli anni ’50 mosse da un contesto di opere-scacco d’una umanità frustrata dopo le grandi speranze del dopoguerra, ma già nei primi anni Sessanta definì la propria cifra specifica, originale, nelle musne, le macchie di cespuglio, le zolle di terra, sotto sotto ronzanti e fruscianti ma ispide, urticanti, minacciose, come fossero contratte nel male di vivere. Poveri cespugli, delegati a rapprendere su di sé, nella rivelazione della luce che frugava faticosamente in un impasto d’oli e materie organiche, la trama muta e impenetrabile dell’esistenza o, meglio, la rottura d’una sintonia coi ritmi della natura. Era un tentativo di sprofondare nella natura come luogo originario e scavo di memoria, con la materia che sgomitava con la forma, il segno che tempestava lo spazio.
Negli anni Settanta, Gallizioli, in una scenografia pop, è passato ad una frantumazione ed esplosione di oggetti, a dire del nuovo paesaggio artificiale creato dalla società della merce e dei consumi, e poi ad un assemblaggio surreale di frammenti calamitati da una sorta di tubo aspirapolvere o da altri tentacoli, come fosse un Ufo, un’astronave sospesa in cieli beffardamente limpidi. Nell’aderire nel 1982 a Phases, l’ultima internazionale surrealista con sede a Parigi, animata da Edouard Jaguer, Gallizioli inviava così un suo grottesco periscopio a esplorare il trasloco assurdo del mondo in una cloaca algidamente levigata, ma pestilenziale.
La strada dello sfruttamento indiscriminato e della devastazione aveva trasformato il mondo in un dominio della tecnica, in un meccanismo inerte, morto. Regnavano minacciose ciminiere, ormai spente da tempo immemorabile, avendo bruciato ogni residuo di naturalità, di parvenza umana del mondo. Il viaggio surreale di Gallizioli era arrivato all’ultima spiaggia.
Ma, annunciato dagli squilli di un Angelo Nuovo alla Benjamin (l’uomo metà mutilato, metà alato che risorge dalle rovine della storia), l’artista, lasciando il suo surrealismo ecologista e recuperando il bisogno fisiologico dell’informale di un luogo germinante, di densa fisicità, lungo gli anni ’80 risaliva a un secolo prima, all’avventura simbolista di fusione nella terra, nell’acqua, nella luce. Iniziava a coltivare un naturalismo simbolista, nella suggestione di una realtà spiata nel suo misterioso, primitivo cangiantismo, che gli faceva apparire naturale, al pari di quello di un coniglio di una civetta, di una serpe, il guizzo di un angelo in un cespuglio.
E iniziava a solcare un suo Mediterraneo, accecante, onirico e pur così tangibile, concreto di materia, attraverso una pittura liberamente divisionista, formicolante ed effervescente di tacche, macchie, fibre, arruffi, incastonamenti. Un mare di coste e golfi della Dalmazia, di isole greche, di laguna veneta, evocate in una percettività fragrante. Ma anche quando più s’è immerso nella pittura tripudiante e panica, Gallizioli ha messo uno scatto fantastico sotto l’apparente naturalità, a concentrare l’essenza onirica del paesaggio. E in parallelo, nelle stagioni più recenti, ha riavvicinato lo sguardo alla terra di Costalunga, al gomitolo di cespugli fioriti delle sue origini, delle sue antiche musne: allora minacciose, ora fatte gelose custodi di un mondo magico e segreto, crepitante di ronzii, schiocchi e barbagli luminosi fra vita animale e vegetale.
In fondo è tornato ancora quel contadino che non evade dal mondo ma entra, come nelle musne crepitanti, nella materia madida e luminosa, grumosa e striata, dove il segno si frantuma, formicola e s’intorpidisce. Un sentimento anche per le cose più piccole e larvali, per tutte le meraviglie della natura. È dentro questa densità trepida, ecologica, della natura in cui la vita si rigenera, che la luce è spalmata sui sensi come un unguento, con la grazia sapiente dell’età in cui le passioni covano più pacate e silenziose, come dono che la vita riserva ancora e insieme come dolce strazio, cercando di custodire la polvere luminosa dei luoghi, prima che un vento più forte la disperda.
GIUSEPPE GALLIZIOLI, «DALLA NATURA AL SOGNO. OPERE DAL 1958 AL 2007». Piccolo Miglio in Castello, fino al 6 maggio, tutti i giorni dalle 9 alle 19, ingresso libero. La mostra è promossa da Comune, Fondazione Cab, Brescia Musei, Ubi Banco di Brescia. Catalogo Tipografia Camuna, info 0302400640
Fausto Lorenzi
Fonte: Giornale di Brescia