30/03/2008 - Nel regno incantato delle signore dell’opera

Palazzo Martinengo la mostra «Diva. Il mito della Primadonna da Maria Malibran a Maria Callas»
Nel regno incantato delle signore dell’opera 
Costumi, gioielli, immagini d’epoca in un’ambientazione di suggestioni visive e sonore

Una mostra viva, declinata in chiave teatrale, animata dall’intento di suscitare nel visitatore le emozioni di un mondo onirico, quello delle leggendarie cantanti d’opera dell’Ottocento e dello scorso secolo. «Diva, il mito della primadonna da Maria Malibran a Maria Callas» non è una pura esposizione di cimeli, ma un percorso evocativo in cui diverse suggestioni visive e auditive dischiudono finestre su singole biografie artistiche, mondi scomparsi, profumi di epoche tramontate eppure risorgenti nell’immaginazione.
Gli oggetti della mostra rientrano in tre tipologie fondamentali: costumi di primedonne, materiale iconografico (stampe ottocentesche e fotografie d’epoca, alcune delle quali autografate), gioielli di scena. Il tutto proveniente da importanti collezioni e prestatori quali il Museo Teatrale alla Scala di Milano, l’Archivio Michele Nocera di Sirmione, il Comitato Renata Tebaldi di Milano, il Comune di Pieve di Soligo, il Museo Rosina Storchio di Dello, la sartoria teatrale Arrigo di Milano, Pier Francesco Poli e Luigina Lombardi di Brescia.
Sono anzitutto i costumi ad attirare lo sguardo del visitatore e quelli della Callas, in particolare, fanno la parte del leone. Gli stili, le fogge, i colori sono i più diversi. Sorprende, per esempio, vedere come il personaggio di Violetta, sempre affidato all’interpretazione della diva greca, possa aver ricevuto le interpretazioni costumistiche più fantasiose e immaginifiche nei vari allestimenti degli anni ’50 a Città del Messico, Vienna e Lisbona. Ma uno dei maggiori pregi di questa mostra consiste proprio nel fatto di non limitarsi alla sola Callas. La «diva delle dive», infatti, ha goduto anche negli ultimi tempi di una sorta di sovraesposizione mediatica, un po’ come Mozart i cui centenari e anniversari hanno ormai paradossalmente assunto un passo quasi biennale, anziché secolare, con lo spiacevole risultato di generare un senso di saturazione in buona parte del pubblico. Ecco allora un’ottima occasione per ammirare anche i costumi di Renata Tebaldi, o il sontuosissimo abito indossato da Mafalda Favero nella «Manon» di Massenet, o quello leggiadro di Margherita Carosio nella «Traviata», o quello ieratico di Gina Cigna nella «Turandot». Né può sfuggire il singolare costume della Carosio per il «Gallo d’oro» di Rimskij-Korsakov, probabilmente uno dei titoli operistici meno familiari della rassegna.
Spiccano naturalmente i gioielli di scena, tra cui un paio di corone ottocentesche, i monili di Toti Dal Monte, i bracciali, il pendaglio, la parure, gli orecchini, le collane, il diadema indossati da Maria Callas per dar vita ai personaggi di Aida, Violetta o Lucia di Lammermoor.
Si diceva, in apertura, della sensazione di una mostra viva e non di una mera sequenza di pezzi interessanti: ciò si deve soprattutto all’efficace e meditato allestimento di Domenico Franchi. Ciascuna sala di palazzo Martinengo evoca ambiti stilistici contrastanti, da un foyer vagamente neoclassico a una scenografia d’ispirazione egiziana, da ornamenti arabeggianti allo stile neogotico. Due secoli di storia del melodramma ben giustificano tale varietà di contesti e soprattutto collocano il mondo delle primedonne in un regno incantato e separato dalla realtà.
Qui entra in gioco la dimensione del sogno. Come ha scritto Luigi Allegri, curatore dell’esposizione accanto a Vittoria Crespi Morbio, «oggi abbiamo uno strumento concettuale per definire questo universo fittizio: il divismo è una sorta di second life degli artisti, e il divo è in realtà un avatar, una proiezione di sé, un’immagine simulata che agisce in un universo apparentemente reale, in realtà luogo di azione e di invenzione degli uffici stampa, dei costruttori di immagine, di chi inventa per gli artisti vite parallele, azioni memorabili, avventure eccitanti». Sta di fatto che i bellissimi costumi delle primedonne, impaginati in speciali spazi scenici avvolti in veli semitrasparenti, restituiscono ai cimeli una «second life» in perfetta sintonia con l’esistenza per così dire a più piani delle dive del teatro d’opera.
Nell’inaugurazione di ieri il piano visivo è stato a sua volta integrato da un’iniziativa teatrale molto originale e inattesa: la presenza di sei attori e di una cantante, che tra una sala e l’altra della mostra, hanno interpretato vari personaggi legati alle singole cantanti d’opera, dal pittore e scenografo di Maria Malibran fino al giovane soprano che affiancava Maria Callas alla Scala (nel box a parte si riportano le date in cui verrà ripreso questo spettacolo intitolato «Dietro le quinte»).
Sono in mostra, come detto, anche innumerevoli immagini delle dive del passato.
Non manca la celebre stampa con Giuditta Pasta affiancata da Donizetti, Romani, Rubini e Bellini. Si prosegue con Maria Malibran, precocemente scomparsa nel 1836, Adelina Patti, Nellie Melba, Rosina Storchio, l’ancor oggi popolare Lina Cavalieri, la scozzese Mary Garden, Eugenia Burzio, Geraldine Farrar, Claudia Muzio e tante altre, fino alla ben nota epoca della contrapposizione tra le fazioni di melomani pro Callas e pro Tebaldi. Si delineano così, attraverso i volti di donne dalla presenza scenica leggendaria, le tipologie evidenziate dalla curatrice Vittoria Crespi Morbio: quella della diva «angelicata», esemplarmente rappresentata da Giuditta Pasta, e quella della diva «trasformista, imprevedibile, un po’ folle» che trova invece il suo prototipo storico in Maria Malibran.
Bisogna tuttavia osservare che le fotografie d’epoca si apprezzano maggiormente nel bel catalogo della mostra (184 pagine, con illustrazioni a colori) piuttosto che nel percorso espositivo. Lo stesso desiderio di porre in primo piano la dimensione teatrale, meglio valorizzata da costumi e gioielli, ha indotto i curatori a evitare l’esposizione di documenti epistolari e archivistici. Quanto alle musiche selezionate dal regista Ignacio Garcìa, spiccano celebri arie da «La Sonnambula» di Bellini e dall’immancabile «Traviata».
La mostra resterà aperta a Palazzo Martinengo, Piazza del Foro, fino all’8 giugno, da martedì a domenica ore 9-12 e 15-19, chiuso lunedì. Ingresso 5 (ridotto 3); visite guidate gratuite tutti i giorni alle 17.30. Per laboratori e visite scuole: 030-2807934.


Fonte: Giornale di Brescia