31/03/2008 - Giuseppina e altre bresciane fra «tigri reali» e donne angelicate

Primedonne che dettavano legge in teatro e condizionavano compositori e direttori d’orchestra: adorate e chiacchierate, erano sempre pronte ad atteggiarsi come la Garbo 
Giuseppina e altre bresciane fra «tigri reali» e donne angelicate

Le loro voci sono nell’aria, sospese, si confondono fra note e applausi che arrivano da chissà dove. Cantano le dive. Quanto rimane della loro leggenda artistica, quanto hanno lasciato di riconoscibile nonostante i veli stesi dal tempo su interpretazioni che ora spesso non sarebbero più accettabili, è un’eco. Il tempo ha sbiadito le voci, ne ha lasciato però il timbro, la particolare dizione. Se si chiudono gli occhi la sensazione è di essere sopraffatti da una vertigine di musica. E come la memoria fa riconoscere la musica, subito la mente la associa ad una figura, ad un personaggio, ad un costume.
Si aprono gli occhi, quanto si è sognato è appagato: si è alla mostra sulle Dive della lirica dalla Malibran alla Callas, un itinerario cronologico-psicologico, studiato perché il visitatore possa «partecipare», essere coinvolto in modo vitale (e non museale) a quanto avvenuto in un cosmo a sé, quello delle protagoniste assolute del teatro in musica.
Verrebbe da dire: «Parlami o Diva», se non fosse che è un mondo segreto, personale. Ognuna delle Signore della lirica non ha solo contribuito alla fortuna di questa o quell’opera, ma ha dettato la moda, ha fatto storia. Il compositore scriveva pensando ad una voce specifica, ad una protagonista, con «quella» particolare fisicità e presenza scenica, «quel» magnetismo, «quella» capacità di catalizzare l’attenzione del pubblico. In sintesi: molte opere liriche sono state destinate dall’autore alla cantante eletta e prediletta, la Primadonna, nata per dominare il palcoscenico.
Tramontata l’epoca dei castrati, delle loro meraviglie vocali e tecniche, il Romanticismo, coi suoi soggetti drammatici e amorosi, esigeva la presenza sul palco di vere voci, maschili e femminili, di un’umanità che sapesse trasmettere le passioni. Il «come» fa parte dell’evoluzione della storia del teatro: dalla gestualità «da manuale», descritta nei trattati, a quella intrisa di retorica, alla naturalezza in funzione espressiva. L’epoca in cui vissero le Dive - sapientemente indicata nella mostra sala per sala seguendo canoni storico-estetici - consente di evocarne virtualmente gli atteggiamenti in scena e indovinarne il modo di cantare.
Donne angelicate, o asessuate, o «tigri reali», le Primedonne imponevano ai compositori arie scritte per la loro vocalità, scrivevano talvolta esse stesse le cadenze, forgiate sulla propria tecnica e sull’effetto che avrebbero avuto sul pubblico.
Ma non solo: imponevano ai direttori il loro ritmo e il loro fraseggio, con scelte spesso capricciose, consce com’erano di essere determinanti per la carriera di ogni musicista. E ancora: imponevano costumi, colori, oggetti, gioielli... avevano i loro gioielli personali, veri, magnifici, spesso ricevuti in dono da ammiratori ricchissimi.
Già, le Dive, quasi tutte, erano belle, dalla Malibran (la figlia del grande tenore spagnolo Garcia) che era bellissima di natura e morì a 28 anni, a Lina Cavalieri (splendida popolana che ebbe il mondo ai suoi piedi) a Maria Callas che, invece, bella diventò.
Facendo parte di quel mondo a sé, tutte, in modi diversi, ebbero il «culto di sé». Circondate dal fanatismo e dall’ammirazione dei grandi - che talvolta portavano alla rovina con suprema indifferenza (si pensi ad esempio a Lola Montez che esaurì le casse del Re di Baviera e finì a far d’attrazione in un circo) - vivendo in quell’aura dorata si facevano adorare da tutto il pubblico. Con comportamenti eccentrici, stravaganti o scandalosi, collezionando pubblicamente gli amori o ostentandone uno solo, puntando fortune al gioco o comportandosi come munifiche dame di beneficenza. Cose fiabesche, aneddoti da leggenda, vite magari brevi e bruciate. Ma il loro nome è rimasto nella storia.
Con Arturo Toscanini e il suo rigore musicale perfin cattivo le Primedonne dovettero piegarsi, ma non persero le ali. Cambiarono gli atteggiamenti in scena, assecondarono i registi, «tagliarono» le loro infinite cadenze e «corone» sugli acuti, impararono a fraseggiare, resero sempre più espressive le loro voci, ma... rimasero Primedonne. Ce lo dicono i ritratti e le fotografie: fino a Toti dal Monte gli occhi sono tutto, i sorrisi rarissimi.
Impararono a sorridere, come la Garbo in «Ninochka», e ad alimentare il proprio mito. L’unica bresciana di nascita in questa sfilata è Giuseppina Cobelli, di Maderno. Visse solo 50 anni, dovette ritirarsi per un’insopportabile crescente sordità dopo aver girato il mondo quale acclamata interprete wagneriana. Nella fotografia da autografo è una donna bruna che potrebbe stare in un film di George Cukor, in quelle da scena è un’altra: figura ieratica, sostenuta da lunghi strascichi, incredibilmente seducente in un improbabile abito di seta per Kundry che Wagner vuole «selvaggia». Conscia di sé, come appare, e in modo decisamente fastoso, la sua coetanea Bianca Scacciati, fiorentina ma bresciana d’adozione. Pucciniana per eccellenza, indimenticata Fanciulla del West, Butterfly e Turandot, proprio in questa veste «celeste» appare come un sogno: maestosa, irraggiungibile, una dea. Aveva avuto un coraggio da leonessa la Scacciati: dopo che aveva inaugurato il teatro dell’Opera di Roma, Mussolini voleva che ella si recasse a palazzo Venezia per darle la propria fotografia con autografo. La Signora declinò l’invito.
Pagò lo sgarbo al Duce per anni, venendo estromessa dal giro dei teatri italiani. Alla graziosissima Rosina Storchio (Venezia 1872-Milano 1945) il Comune di Dello ha dedicato un ricco museo. Quanto a lei, la Diva fra le Dive che amò Sirmione, Maria Callas riesce ad imporsi su tutte anche in mostra. Medianica come una strega, se ne cerca il profumo e di nuovo a occhi chiusi se ne riconosce la voce fra i fiori spezzati della Sonnambula di Bellini.

Fulvia Conter


Fonte: Giornale di Brescia