15/12/2005 - LIVIO SCARPELLA VINCITORE ALLA BIENNALE D'ALESSANDRIA


Il bresciano Livio Scarpella tra i cinque vincitori della Biennale d’Alessandria d’Egitto

 


  

L’artista bresciano Livio Scarpella è tra i cinque vincitori della XXIII Biennale d’Alessandria dei Paesi del Mediterraneo, che celebra il cinquantesimo anniversario della fondazione. Il pittore e scultore, presente nel Padiglione italiano con Paolo Fiorentino (città ideali stilizzate in forme e solidi primari), Mauro Reggio (paesaggi urbani in atmosfera densa e fonda, di sospensione metafisica) e Dany Vescovi (le infinite forme possibili del mondo naturale, nello scambio tra macro e microcosmo), è stato prescelto dalla giuria con altri quattro artisti provenienti da Cipro, Grecia ed Egitto. La Biennale ha quest’anno il titolo «Trasparenza dell’Universo, Magia del Mediterraneo» ed è allestita fino al primo gennaio al Museo di Belle Arti d’Alessandria, mentre la proclamazione dei vincitori è avvenuta nella celebre Biblioteca ricostruita sulle ceneri dell’antica. Il Padiglione Italiano è stato curato da Alessandro Riva con Italian Factory. Livio Scarpella (Ghedi 1969) pochi mesi fa a Brescia, alla Galleria dell’Incisione, raccontava i suoi 35 anni attraverso altrettanti autoritratti in cui mostrava che - come l’uomo compone in sé più identità e destini nel corso della vita - così l’artista finisce con l’essere una sorta di ibridazione che compone registri antichi e moderni. Alla Biennale ha presentato solitarie e malinconiche figure in terracotta dipinta dai tratti fortemente stilizzati, con forti influenze liberty e déco, giocando ironicamente anche su una memoria di statuine-soprammobile. Livio Scarpella mira da tempo ad una ironica fissazione della figura in una riflessione sul destino senza più memoria e scopo. Un’umanità che conserva in pieno l’involucro del corpo, ma come svuotato dentro, in un impianto di figurazione sostanzialmente «classica» e sospensione temporale che, più che come memoria, sta all’opposto come smemoratezza, ben sapendo che il prezzo della modernità è la perdita dell’aura, lo choc di una cruda realtà di figure e volti d’ammicco e seduzione enigmatici. I ritratti di Livio Scarpella sono sornioni, come i giovinetti premiati ad Alessandria, dalla Jessica con le treccine accrocchiate (l’opera preferita dalla giuria) al Flashboy a Lucas: apparentemente appagati d’un sogno di forbitezza formale, stanno pronti a insidiare ogni normalità falsamente rassicurante. Queste figure non appaiono sfiorate da un vero sentimento: qualcosa di indifferente, di sospeso e insieme d’ineluttabile chiede loro di rifugiarsi in un margine di indeterminatezza, in bilico tra persona e personaggio, come pupazzi in un teatrino. Nella compattezza plastica dell’immagine, nella ricchezza tecnica delle soluzioni formali, Scarpella rivela un’attenta riflessione sulla storia dello sguardo, tra «banalità» delle figure quotidiane e cifra ambigua, più che misteriosa, con cui si fissano per sempre nello sguardo, ma già, nella sospensione decorativa, pronto a mettere parodisticamente in dubbio il senso della vita. Si può fissare solo il contorno di una presenza, in un’accademia tanto rigorosa e illusionistica quanto postmodernamente ammiccante, sfottente o perplessa. (f. l.)


Fonte: Giornale di Brescia