11/03/2006 - MASSIMO KAUFMANN

massimo kaufmann

di caroline corbetta

 

Sottilmente bohémien ed edonista per scelta, ma senza derive nostalgiche né atteggiamenti blasé, Massimo Kaufmann rivendica oggi un approccio al suo lavoro e alla sua vita meno “nevrotico” rispetto al passato. Da qualche anno, infatti, non realizza più rigorose installazioni, ma dipinge a tempo di musica, preferibilmente jazz, e satura di pennellate colorate tele di dimensioni diverse, componendo griglie  ritmiche astratte.

Fissando le opere perun tempo sufficientemente lungo, però, sembra che i segni formino agglomerati organici oppure, tra riferimenti più o meno volontari all’estetica digitale, paesaggi naturali o mappe urbane.

L’intreccio di intuizioni percettive e suggestioni mentali provocato dai suoi quadri si fa più articolato quando si viene a sapere che talvolta l’artista-non senza ironia-inserisce sotto la trama di pennellature delle immagini tratte dal Kamasutra.

Quale forma quasi-naturalistica si veda o s’intuisca sulle tele di Kaufmann, ciò ha un’importanza relativa: la sua pittura produce fondamentalmente pure senzazioni visive e sensuali, in un processo di sviluppo a senso inverso della vaporizzazione del dato oggettivo intrapresa da Monet, poiché non parte dall’osservazione della realtà. Le sue sono brulicanti superfici multicole che contengono la dimensione temporale della loro esecuzione, cui si addiziona, ogni volta diverso, anche il tempo necessario per guardarle. In questatemporalità, nella “successione di istanti e di energia”, c’è una struggente dimensione esistenziale che rende l’opera di Kaufmann autentica. Il concetto tempo porta con sé quello di desiderio: i suoi dipinti racchiudono il lasso temporale che intercorre fra un impulso e il suo soddisfacimento- o il tentativo di raggiungerlo- e sono quindi rappresentazioni del desiderio, o della sua dilazione.

Nel 1998, invitato da Marco Meneguzzo a ripercorrere la sua attività artistica negli anni Ottanta per una mostra dedicata a quel decennio e allestita al PAC di Milano, Kaufmann ha raccontato in un testo del desiderio come forza propulsiva del suo lavoro. Se c’è un fil rouge che lega la sua predente produzione concettuale (intellettualmnete rigorosa ma appagante da un punto di vista estetico) alla sciolta e gioiosa pittura d’oggi (che nelle ambiguità percettive che produce, stimola anche conseguenti riflessioni analitiche sulle possibilità del linguaggio pittorico) è proprio la legge del desiderio, un investimento emotivo che arricchisce l’approccio intellettuale. Alimentato da riferimenti alla filosofia, alla letteratura, alla musica ed altre forme del sapere, Kaufmann procede sempre su un binario produttivo dove molteplici dicotomie si conciliano e che, prendendo a prestito una formula delcritico Jorg Heiser, potrebbe essere definito “concettualismo romantico”


Fonte: Tema celeste n°113