14/04/2006 - GIOVANI, SPERANZA DI FUTURO

I temi: esigenze e attese dei ragazzi, formazione e mondo del lavoro

Confronto tra studenti, docenti, formatori e esponenti dell’impresa. “Più contatti tra università e aziende. La flessibilità? Il rischio precarietà c’è, ma spesso è un trampolino”

I giovani e le loro aspettative. Le esigenze dei ragazzi intrecciate a quella della nostra società, che chiede loro molto ma che deve essere pronta a dare altrettanto. In termini di formazione, umana e professionale, opportunità e crescita e di lavoro. Sono questi i temi al centro della puntata di “Telecomando-Faccia a faccia sulla Bs di domani”.

Il secondo appuntamento della trasmissione mensile ha visto ospiti in studio Matteo Meroni,  vicepresidente dell’AIB e consigliere d’amministrazione per ISFOR 2000, Don Marco Mori, direttore dell’Ufficio Oratori e Pastorale giovanile della Diocesi di Brescia, il Professor Eugenio De Caro, vicedirettore dell’Accademia di Belle Arti Santagiulia, docente di Estetica all’Università Cattolica e responsabile dei corsi OeC; il Professor Giuseppe Bertagna, direttore del dipartimento di scienze della persona dell’Università degli studi di Bergamo, tra i promotori della  riforma Moratti.

Stimolati dalle domande del conduttore, Gian Battista Lanzani, i primi a dire la loro sono stati però i giovani. O meglio i due studenti chiamati ieri ad esprimere il loro punto di vista dei loro coetanei: Alessandro Bertoli, terzo anno di giurisprudenza, e Sara Meggiorin, studentessa di Scenografia dell’Accademia Santagiulia.

“I giovani sanno che li attende una gavetta non facile” ha esordito Bertoli. “Tra i miei coetanei c’è un po? Di pessimismo rispetto al mondo del lavoro, ma nessuno demorde”. Concorde Sara: “ I sogni sono tanti ma il pessimismo c’è. Essendo molte le aspettative ci si trova inadeguati all’universo del lavoro”. A raccogliere e commentare perplessità e istanze dei giovani è stato per primo il Prof. Bertagna: “I giovani non hanno tutti i torti: siamo davanti ad una società che invecchia, in cui i ragazzi rappresentano la nostra principale risorsa. Investire su di loro è quanto più importante possiamo fare. D’altro canto sono molti i segnali che impongono di riflettere sulla società”. Per Don Mori non c’è spazio per la retorica: “Considerare i giovani il futuro della nostra società significa creare spazi reali in cui il giovane può esprimere se stesso, a tutti i livelli. I ragazzi ci chiedono possibilità concrete, non belle speranze”. All’ottimismo invita invece Meroni, rassicurando i giovani come imprenditore e voce del mondo del lavoro. “La nostra industria è tra le più importanti d’Italia, siamo in una terra fortunata rispetto ad altre. Come Aib, stiamo creando molte occasioni per avvicinare i giovani al mondo del lavoro: in primis gli stage che offrono la possibilità di entrare in azienda. “E’ un’opportunità da cogliere”.

Per De Caro, infine, “dai giovani emerge soprattutto la necessità di avere figure di riferimento. E’ fondamentale in questo senso che trovino un contesto che corrobori la formazione, una verà comunità educante”. Al centro resta però lo scollamento avvertito dai ragazzi tra lavoro e studio: “Purtroppo c’è una mentalità diffusa-concorda Bertagna- per cui chi studia non fatica di mani, e viceversa. Ma la nostra società, che si basa sull’innovazione, ci impone il contrario: è inutile arrivare a 26 anni con una laurea e poi aver bisogno di un master per cercare la concretezza mancata prima”.

Utile in questo senso anche il ruolo degli oratori a giudizio di Don Mori, che ricorda come “Jacques Delors ponga tra i saperi fondamentali per i giovani di oggi non solo per il sapere, ma anche per il saper essere, il saper fare, il saper far fare. Gli ambienti educativi sono tali quando offrono queste diverse opportunità”. “ La situazione va migliorando” rassicura ancora Meroni. “Come Aib siamo chiamati a collaborare nello stilare i programmi didattici. Ma gli studenti devono accettare l’idea che la formazione continua li riguarderà per tutta la vita: la competitività si basa sulle conoscenze”.  “Proprio per rispondere alle mutate necessità-afferma De Caro-L’Accademia Santagiulia che si pone come esempio, intreccia arte, tecnologia, domanda delle professioni, cercando di smarcare l’Accademia dal modello formativo dell’Università”.

Quando l’attenzione si sposta all’ingresso vero e proprio nel mondo del lavoro, le osservazioni degli studenti in studio aprono ancora il dibattito. Al centro il binomio precarietà-flessibilità: per Bertoli, i contratti di inserimento aprono prospettive, ma non bastano per creare stabilità. “Dal punto di vista dell’impresa-afferma Meroni- la possibilità di dare un lavoro flessibile è importantissima. Offre occasioni di valutazione, di conoscenza reciproca tra impresa e lavoratore. E soprattutto permette di fare scelte improntate alla meritrocazia”. “Non solo-aggiunge Bertagna- la flessibilità non va vissuta come handicap, ma come opportunità. Bisognerebbe cambiare lavoro 5 o 6 volte nella vita. Ci si forma. Ma allora serve una forte presenza morale, una società che dia sostegno nella progettualità”. Concorde Don Mori: “il mondo del lavoro rispecchia ciò che la nostra società è, e la flessibilità è parte di essa. Dobbiamo accentuare quelle qualità della persona che aiutano a viver in questo contesto”. “E’ giusto avvalorare l’idea l’idea che il cambiamento fa esperienza” per De Caro così come potenziare le occasioni di contatto tra formazione e lavoro, come gli stage. Sulle nuove prospettive della scuola, Giuseppe Colosio, aprendo l’ultima parte della trasmissione: “Il compito affidato dagli Stati Generali alla scuola è quello di aumentare la qualità dell’istruzione. Le superiori invece devono rendere effettiva l’istruzione liceale, uscire dalla genericità, tornare ad essere ponte verso l’università. E al contempo la formazione professionale deve fondarsi su basi metodologiche innovative, che partano dalle esigenze del mondo del lavoro”. Concorde Bertagna: “La sfida che abbiamo dinnanzi impone di costruire percorsi formativi che abbiano pari dignità. La scommessa è sulla crescita della persona a 360° gradi (morale, cognitiva…), solo così è immaginabile il superamento dei problemi della società. Il modello delle gerarchie formative non funziona più”. Specie a Brescia, sottoline Meroni, “dove l’importante di certe figure professionali nell’aziende è fondamentale. Va superata pure l’idea di lavoro in fabbrica come ipotesi residuale”. E serve- conclude Don Mori- un nuovo patto sociale, per un mondo in cui i giovani possano essere protagonisti”.

Gianluca Gallinari


Fonte: GIORNALE DI BRESCIA