30/05/2006 - Arte, le grandi mostre non bastano

Martedì 30 Maggio 2006

 
All’Accademia Santa Giulia un confronto sull’esperienza di Brescia fra «locale e globale»: musei, gallerie, istituti formativi
Arte, le grandi mostre non bastano
Mantovani: «Cultura per tutti». Minini: «Opere contemporanee al Musil»
 

di Massimo Tedeschi



Il dibattito culturale bresciano esce dalla strettoia, un po’ asfittica, dell’alternativa grandi mostre sì/grandi mostre no, e affronta finalmente il vero interrogativo dell’oggi: grandi mostre, e dopo?
I 440 mila visitatori di Monet, i 544 mila di Van Gogh e Gauguin, la qualità delle mostre in Santa Giulia e la risposta della critica nazionale sono argomenti sufficienti a tacitare (quasi) tutti i critici, ma non risolvono da soli un problema più ampio: come vuole connotarsi Brescia rispetto al sistema dell’arte, alle implicazioni di questa risorsa?
Il tema «Dal locale al globale: Brescia e il sistema dell’arte» è stato affrontato ieri su iniziativa dell’Accademia di Santa Giulia di via Tommaseo: moderati da Eugenio De Caro si sono ritrovati a discutere il presidente di Brescia Musei Spa Agostino Mantovani, il gallerista Massimo Minini, il critico d’arte del Giornale di Brescia Fausto Lorenzi, il presidente dell’Associazione artisti bresciani Vasco Frati.
Tocca a Mantovani rompere il ghiaccio, e lo fa con una perorazione del ruolo popolare, non elitario, dell’arte e della cultura. È il fondamento della scelta delle grandi mostre: «Se bisogna crescere in cultura, l’arte e la cultura non possono più essere appannaggio di un’élite».
Poi, stuzzicato dai suoi interlocutori, Mantovani assume toni meno ecumenici ma più diretti, e difende quello che è stato fatto: Santa Giulia trasformata in sei anni da un contenitore vuoto a uno dei musei più premiati d’Italia, la città che sta diffondendo un’immagine del tutto nuova di sè, l’esperienza di Brescia che fa scuola in città d’arte rinomate («mi hanno chiesto di andare a Ferrara a spiegare come mai le nostre mostre attirano sempre più visitatori mentre le loro ne perdono»). Mantovani ammette che questi risultati «non sono un traguardo, ma un punto di partenza», però difende la formula escogitata: «Per noi Linea d’Ombra non è un service, è un partner. Goldin investe e guadagna, ma rischia anche in proprio». Certo, ci sono molte cose che si porebbero fare, e Mantovani non mette steccati.
A suggerire alcune delle cose da fare provvedono i suoi interlocutori. Massimo Minini porta una corroborante ventata internazionale al dibattito, ma legge e critica con acume il sistema bresciano: «Questo - spiega - non può più essere un sistema locale: ormai è globalizzato nel bene come nel male». Bisogna guardare a quel che accade nelle grandi capitali dell’arte, come fa Minini da una vita. Questo non lo distoglie dall’affetto per la sua città, per la quale ha nutrito tanti sogni irrealizzati. «Da trent’anni - ricorda - Brescia non riesce ad avere una galleria d’arte contemporanea. Ho fatto parte di tante commissioni di lavoro sull’argomento, ormai mi sono arreso ma continuo a dispiacermi: ci sono artisti che avrei voluto prestare, offrire alla mia città. Non è stato possibile. La mia biblioteca ormai è molto vasta: la lascerei volentieri a un’istituzione locale, se fosse interessata».
Minini respinge gli intenti pedagogici: «Io non credo che la gente vada fatta crescere: la città è già cresciuta. Piuttosto facciamole conoscere il passato partendo dall’oggi. I giovani ascoltano la musica contemporanea, ascoltano Springsteen, e a partire da quello vanno alla scoperta della musica del passato. Nell’arte dovrebbe accadere lo stesso. Gli impressionisti hanno avuto un ruolo importantissimo nel far conoscere Brescia, ma ogni periodo fonda la propria estetica».
Come fare senza una grande galleria pubblica di arte contemporanea? Minini spiazza tutti e butta lì una suggestione: «Forse è tempo di pensare ad altro. Il Museo dell’industria e del lavoro potrebbe diventare un noiosissimo deposito di macchinari, ma anche uno spazio molto vitale se i materiali della storia industriale di Brescia interagissero con il contemporaneo». Far incontrare le abilità tecniche, meccaniche, metallurgiche nel nostro sistema industriale con l’arte contemporanea: è una suggestione che Minini insegue da tempo, e che al Musil potrebbe essere di casa.
Se Minini pone l’accento sul «globale», Lorenzi insiste sul «locale»: il territorio, l’ambiente, il «genius loci», e la valorizzazione della realtà (accademie comprese) che a Brescia si muovono. Lorenzi vede la città «globalizzarsi» non solo con «le grandi mostre di consumo popolare», ma anche con le stelle dell’architettura (Liebeskind, Fuksas, Gregotti) che siglano i nuovi edifici. Insomma: «A Brescia si stanno facendo molti gesti di internazionalizzazione, ma manca un contesto di inter-relazioni, manca una idea di futuro». A questo dovrebbe servire il sistema dell’arte come «luogo in cui si interroga lo spirito del presente». Le grandi mostre non bastano: «Possono servire alla città, alla sua immagine, ma non come arte tout court offerta alle masse. La cultura è fatica, è studio, non è fast food». La cultura è anche accumulo di materiali, e «Brescia - ammonisce Lorenzi - sta perdendo archivi e collezioni importantissimi». Nè vanno dimenticati gli episodi in cui l’arte ha cercato di lasciare un segno nella città ma s’è scontrata con limiti tecnici e persino artigianali: «Il camino del termoutilizzatore che ha perso la coloritura voluta da Tormqvist, i pavimenti delle Lam che nessuno sa più posare correttamente».
Frati, che oggi si dichiara «favorevole alle grandi mostre», illustra storia e funzioni dell’Aab ma addita anche le lacune bresciane: «Il sistema museale è incompiuto: manca non solo la galleria dell’arte contemporanea, ma anche una galleria dell’800, Santa Giulia non è completata e parte del sistema è stato addirittura smantellato per fare posto alle grandi mostre. Pinacoteca, Museo delle armi e del Risorgimento sono da ristrutturare. Mancanze tanto più gravi in presenza dei flussi di visitatori delle grandi mostre».
Ormai proprio questo è assodato: le grandi mostre hanno funzionato da volàno. Ora Brescia ha il compito di inventarsi un ruolo fisso, originale e specifico, nel «sistema dell’arte» globalizzato.

 

Fonte: BRESCIAOGGI