24/10/2009 - GIOVANNI BOLDINI

fino al 10.I.2010-Ferrara, Palazzo dei Diamanti

Chiusi gli ombrellini e affondate le ninfee à la Goldin, la sempiterna vena aurifera dell’Impressionismo offre, per la collezione autunno-inverno, i panni sciacquati in Senna di Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 - Parigi, 1931), in una mostra che accende i riflettori sul lungo e proficuo soggiorno parigino dell’artista ferrarese. È il resoconto di quindici anni passati a scorrazzare per la ville lumiére, dal 1871 all’86, giusto il tempo per assistere all’esplosione di Monet e soci, per frequentare Degas, per adeguare un linguaggio formulato con “la macchia” a nuove suggestioni.
La curatela di Sarah Lees offre una panoramica multilayer: al dipanarsi cronologico delle sezioni - al nucleo vero e proprio della mostra non mancano un prologo e un epilogo, giusto per vedere “il prima” e “il dopo” Parigi - fa eco un’indagine per temi, che affronta con precisione da entomologo la molteplicità dei soggetti trattati da Boldini. Non solo ritratti, quindi, ma soprattutto paesaggi e scene di genere, per un confronto che permette di assimilare la capacità dell’artista di affrontare modelli - e maestri - tra loro diversi.
Il ponderoso lavoro critico di Lees, presentato in catalogo, offre testi e documenti originali a conferma della necessità, da parte di Boldini, del contatto diretto con altri artisti; della sua volontà di nutrire il proprio lavoro accogliendo stimoli e suggestioni da chiunque vivesse d’arte.
Pittori, quindi, ma anche collezionisti e mercanti: proprio lo studio analitico dei registri di Goupil, primo “spacciatore” in terra di Francia delle tele di Boldini, permette in questa sede di ricostruire il suo atteggiamento nei confronti del lavoro, inteso sia come agire artistico che come semplice e prosaico fattore economico.Ed è qui che emerge il ritratto del Boldini mestierante: dalle note quasi ossessive con cui comunicava agli amici i propri progressi, misurandoli in massima parte in quadri venduti, prima ancora che in consenso di critica o soddisfazione intima. Ed è dunque forse da ricercare proprio qui, nella spasmodica ricerca di caratterizzazione sul mercato, una certa coerenza nella sperimentazione di generi tra loro così diversi. Ed è sempre qui che possiamo intuire la scelta definitiva di dedicarsi, con la maturità, al certo remunerativo ambito della ritrattistica.
Una visione tanto prosaica potrà far accapponare la pelle alle anime candide. Torniamo quindi all’arte per l’arte, e guardiamo a un dato stilistico trasversale, che cuce insieme tutte le opere parigine di Boldini: è un certo occhio ben più che fotografico, addirittura cinematografico.Si lasci da parte ogni trita considerazione sulle influenze tra fotografia e arte figurativa nel secondo Ottocento; si nascondano i documenti che dimostrano come Boldini si servì di foto per elaborare alcuni suoi esterni.
E ci si lasci catturare dal taglio eversivo della composizione, dall’insistita ricerca della dinamica, dal coraggioso uso del primo del piano (vedi l’invasivo dettaglio del contrabbasso in A teatro). Siamo al punto che Place Clichy (1874) sembra preconizzare Sergio Leone.


Luogo Evento: Ferrara