MOSTRA DAL 20/03/2010 al 06/06/2010: ILARIA BIGNOTTI
Agostino Ferrari: Segno + Colore = Pittura

Agostino Ferrari "Segno + Colore = Pittura"
Dal 20 marzo al 6 giugno 2010 Colossi Arte Contemporanea Corsia del Gambero, 12/13 - Brescia
Inaugurazione sabato 20 marzo, ore 16,30

http://www.agostinoferrari.it/

Presentando nel 1967 Agostino Ferrari per una sua personale, Lucio Fontana osservava': "Egli si propone quale ipotesi plastica di stabilire il rapporto pittorico che esiste tra un frammento, inteso come idea o sensazione iniziale, e la 'forma totale' in cui si completa la evoluzione dell'idea originaria. Quando egli riesce a fissare il contenuto pittorico dell'opera mediante un'idea embrionale, egli inizia il lavoro di evoluzione della forma attraverso continue variazioni interdipendenti. L'opera si completa quando soggettivamente si equilibrano i valori pittorici del 'frammento' e quelli plastici della 'forma totale'".

La lettura era di taglio soprattutto formale (il testo iniziava con l'affermazione: "Agostino Ferrari è teso verso una ricerca di ordine plastico"), giustificato dalle opere e dai presupposti di poetica. "Per la forma" — ha scritto infatti Ferrari a proposito di quei lavori2 — "operavo cercando di stabilire una relazione fra un frammento considerato come idea iniziale ed una forma plastica bianca finale. Partendo, cioè, da una superficie dipinta con un colore timbrico e attraversata da segni pittorici, che io consideravo come tema, mettevo la stessa in relazione con la forma bianca e questa assumeva via via aspetti diversi fino a che la dimensione di tale forma era in equilibrio plastico col frammento pittorico. A questo punto l'opera si concludeva e questo risultato lo titolavo: Forma totale".

Già allora, tuttavia, era sotteso un valore significante, affidato (anche, a quella data) al segno, protagonista della serie di opere intitolate alla Forma totale, tra il 1967 e il 1969. "Significante" non nel senso - che Ferrari giudicava sin dagli iniziali anni Sessanta sclerotico, schematico, astratto ("Fu alla fine del 1962 che iniziai ad usare il segno come scrittura non significante, nel tentativo di esprimere situazioni contingenti o stati d'animo sollecitatimi dalla realtà circostante") * della comunicazione attraverso i simboli segnici semplificati, e validi per tutti, dei codici alfabetici, ma come espressione, "anche degli stati emozionali"'. Espressione personale, ancorché aperta agli stimoli esterni, che si estrinsecò nei Racconti, nelle Pagine, nelle Tavole, e poi anche, con intonazione più assertiva, nei Manifesti *. Opere tutte realizzate tra il 1962 e il 1964, alla vigilia della partenza per i lunghi soggiorni di Ferrari a New York, nel 1964-1965, che gli "furono utili per rafforzare la certezza" che il suo "paesaggio estetico non poteva riferirsi a quello che ogni giorno" vedeva "sfilare sotto ai" suoi occhi, nelle mostre frequentate quotidianamente, come sempre l'artista testimonia, riconoscendo però che "al ritorno in Italia, comunque", i suoi quadri "erano cambiati: il segno ora assumeva valori più plastici, si poneva in equilibrio con la forma ed il colore"".

È appunto questa la situazione dei lavori dedicati alla Forma totale, e di quelli del Teatro del segno (1966-1968), nei quali ultimi Ferrari (continuo ad usare le parole dell'artista, per la loro precisione e per la prova diretta che esse danno della cosciente intenzionalità del suo fare) sviluppa "l'idea di affrontare separatamente la ricerca sul segno, sulla forma e sul colore" . Sui segni, in particolare, che "possono essere espressi in diversi modi". È interessante il rapporto che può nascere tra segni di diversa natura fisica e segni simbolo. Considerando simbolico il segno disegnato, esso può essere relazionato col segno fisico positivo e col segno fisico negativo. Questo fatto nel contesto dello spazio interno, cioè quello esistente tra segno e segno, e dello spazio esterno, che arriva fino all'osservatore, l'ho definito Teatro del Segno"'. Con un interesse evidente per l'"ordine plastico" rilevato da Fontana, che è sempre stato, e resterà, tra i caratteri peculiari dell'opera di Ferrari, che anche nei suoi aspetti più analitici (così, esemplarmente, in Segno forma colore del 1971-1975) mai rinuncia ad andare al di là della scrittura in quanto tale, e del segno come grado zero dell'espressione, per cercare, e attingere, valori propriamente formali, nel quadro, nell'oggetto tridimensionale, o anche in manufatti che delle due condizioni partecipano, per interazione, sovrapposizione o contiguità (come nell'appena citato Teatro del segno), con attenzione per le qualità appunto plastiche, formali, ma anche, prima ancora, fisiche, materiali.

Siffatta totalità di obiettivi e di interventi si accentua - dopo una fase più mentale, di intonazione concettualizzante (Autoritratto, 1975; Alfabeto, 1976-1978 e anche nel summenzionato Segno forma colore) — dalla fine degli anni Ottanta, nel periodo che Ferrari chiama di "rifondazione", con il ricorso talora ad una nuova ricchezza cromatica (nei Giardini) o anche in monocromi, ove "i colori scompaiono per lasciare il posto a un segno ancora inteso come scrittura": "questa volta però come memoria o ricordo", aggiunge l'artista, osservando che "nascono così opere che ricordano palinsesti, pagine recuperate, note che il tempo tende a cancellare'"'. E il momento in cui il segno si fa sempre più "realtà reale", nella compromissione col vissuto, nell'importanza data alla fattualità, alla manualità, e ancora alla rimembranza, alla dimensione temporale. Pure qui emblematici sono i titoli, direttamente innestati in quella realtà reale, anche quotidiana, ma sempre carica di spessore, ossia non appiattita sulla sensazione solo contingente: Entrando in.... Pagina lacerata, Pagina recuperata, Ricordo, Ricordi, Presente passato ecc.

In questa serie di opere viene spesso infranto, e sempre incrinato, il cursus gutemberghiano, per associazioni più libere di forme e segni (pur essi, d'altronde, segni-forma, come le forme sono poi forme-segno, però di una sostanza plastica più esplicita, dimensionalmente evidente) che preludono ai risultati più recenti, fino a quelli per la prima volta presentati in questa mostra, attraverso le precedenti fasi degli Eventi (1983-1988), dei Segni ravvicinati (1986-1990), e poi, negli ultimi cinque anni, ancora degli Eventi, delle Maternità, delle Memorie e delle Memorie/Tempo, nonché degli Eventi/Memoria. Serie spesso interferenti, e non isolabili, che attestano anche l'interesse per l'ingrandimento del segno, per una nuova articolazione del suo rapporto con lo spazio totale, ancora, dell'immagine, e persino con insistiti, interventi - per mezzo di attrezzi vari, ed anche direttamente con le mani, con le dita — sulla materia: la sabbia da lui abitualmente usata, ma ora con una densità e fisicità tuttaltro che usuali e di singolare effetto, anche per le conseguenze dell'incidenza della luce sui rilievi, che provoca contrasti netti e forti.

"E da questo momento, che considero magico per la mia ricerca", sottolinea Ferrari'", "che si verifica in me una specie di fusione di due elementi che vivevano come parti distinte, ben definite e separate: il mio 'essere' ed il 'fare'. Prima il segno era uno strumento per passare da una dimensione all'altra, per contrapporsi alle forme, per metterle in contrasto o accettarle. Il quadro era una superficie sulla quale fissavo emozioni che solo successivamente venivano fissate sulla tela. Ora è l'opera stessa che mentre viene a formarsi mi da le idee per poterla portare a termine, o mi suggerisce l'opera successiva; è come se i pensieri partissero dall'interno di un'opera non ancora realizzata. Ora non avverto più la dicotomia tra l'essere e il fare, come se il lavoro attuale mi avesse portato ad un più alto grado di unità fra l'interno e l'esterno, fra il soggetto e l'oggetto".
E la globalità - di intenzionalità, di realizzazione, di risultati — concretata nei lavori qui esposti: nelle tele più piccole, che documentano la progressività dello sviluppo di quest'ultima stagione dell'artista, peraltro profondamente radicata in tutto il suo lavoro precedente, dagli anni Sessanta; e più ancora nei quattro grandi Frammenti che esaltano le possibilità - significanti, espressive, formali, di organizzazione spaziale — della frammentazione del segno, che definitivamente (per ora) scardina i ritmi ordinati della scrittura lineare per attingere una fusione unitaria nella sua frammentata, appunto, articolazione, fuori d'ogni rischio compositivo e di compiacenze formalisti-che, che raffredderebbero la volontà di aderenza alla vita e al vissuto, che Ferrari rivendicava come primaria fin dagli Eventi del 1983-1988, a proposito dei quali affermava: "Nella nostra realtà sociale esistono migliaia di segni che vengono continuamente svuotati dai loro significati per essere consumati come simboli di uso 'sociale'. Nello sviluppo della mia ricerca preferisco incentrare la mia attenzione sul segno che è la traccia della vita, che rappresenta la mediazione tra la mia esistenza e la realtà circostante [...] Attraverso la sua mutazione il segno riesce a darmi la percezione del tempo. Infatti, sempre, un segno del presente contiene la memoria di un segno passato, ed assieme sono presenti nel segno di un tempo futuro".

Considerazioni riprese e maturate nel bel testo che per la sua efficacia — quasi una didascalia ai quadri esposti — viene ripubblicato'J in questo stesso catalogo. "Traccio grafiche e scritture, non per raccontare, ma per fermare me stesso su una pagina tempo", inizia epigraficamente l'artista. Per ribadire la sua opposizione alla "gabbia" del "semplificare e disciplinare i segni attraverso una schematizzazione simbolica" che ha prodotto "l'inevitabile svuotamento dai contenuti emotivi dei segni stessi" e per postulare la riappropriazione del "valore del proprio corpo e delle proprie emozioni". "Infatti nel mondo occidentale viviamo le realtà sociali e naturali del nostro pianeta come realtà virtuali, delegando alle televisioni e ai media le partecipazione a tutti gli eventi ed ai nostri occhi il solo compito di trasferirne i dati al cervello e agli addetti ai lavori di capire e spiegare cosa sta succedendo attorno a noi. Tutto questo ci impedisce di sentire che respiriamo, che abbiamo un cuore che pulsa e fa muovere il nostro sangue, che abbiamo insomma anche un corpo".

Di qui un concepire la pittura, il fare pittura come atto diretto di vita, senza deleghe, senza mediazioni che rendono tutto immateriale. Ed è convinzione che sento totalmente anche mia. Forse per questione di età (di Agostino sono pressoché coetaneo); certo per la comune insofferenza per il ruolo passivo cui ci costringono i media elettronici, abituandoci a una passività che poi s'allarga al modo di concepire e vivere la vita; e certo anche per il connesso, e pure comune, desiderio di contrastare siffatta condizione. Che non vuoi dire disconoscere le conquiste del moderno, ma aspirare al contemporaneo persistere dei valori spirituali, ed anche fisici: l'anima e il corpo, le realtà prime e ultime che - senza neppure prescindere da forme-simbolo di sempre: il triangolo, il quadrato, il cerchio; né da risonanze cromatiche e materiche - Ferrari esplicita icasticamente nel loro coesistere necessario, senza supporti estranei, nella flagranza del gesto e nel controllo razionale della mente sulla mano che ordina, ma non coarta, l'emozione, e l'istinto medesimo, in un equilibrio in cui il frammento - il particolare, il soggettivo — si da come forma totale — l'universale, l'oggettivo —, modificando sostanzialmente, anzi ribaltando, i termini operativi rilevati un trentennio fa da Fontana, che con questi nuovi raggiungimenti non potrebbe non essere in sintonia, anche proprio per la loro spazialità effusa ma determinata, libera ma esistenzialmente partecipata.

Luciano Caramel

Biografia

Agostino Ferrari nasce a Milano il 9 novembre del 1938. Attratto dal mondo dell'arte sin dall'infanzia, nel 1959 inizia l'attività di pittore. La sua prima esposizione personale è alla Galleria Pater, a Milano, nel 1961, con la presentazione di Giorgio Kaisserlian.

Nel 1962 con gli amici pittori Arturo Vermi, Angelo Verga, Ettore Sordini, Ugo La Pietra e il poeta Alberto Lùcia fonda il Gruppo del Cenobio. Il gruppo ha vita breve ma lascia una testimonianza importante nella poliedrica situazione milanese di quel periodo, ed è fondamentale per lui in quanto inizia la sua ricerca sul segno che sarà il filo conduttore di tutta la sua opera.

Nel 1963 il segno si tramuta in una vera e propria scrittura, una grafia policroma, dinamica. Nel biennio 1964-1965 compie due viaggi a New York che gli permettono di conoscere l'ambiente della pop art e artisti come Lichtenstein, Rauschenberg, Jasper Johns, Billy Apple ecc. In questo periodo dipinge i Labirinti. L'esperienza americana pur lontana dalla visione artistica di Ferrari, influisce sul segno, che assume via via un valore più plastico.

Tra il 1966 e il 1967 inizia una serie di opere dal titolo Teatro del Segno, nelle quali il segno si manifesta sotto forme diverse ma sempre come protagonista assoluto dell'opera e quasi contemporaneamente una serie dal titolo Forma totale, nelle quali la ricerca dell'artista è di carattere plastico, come scrisse anche Lucio Fontana.

Nei primi anni settanta Agostino Ferrari pone l'attenzione su altri due elementi essenziali nella composizione artistica: colore e forma. Nel 1972 presenta le opere intitolate Segno-Forma-Colore. Sempre nello stesso anno alla Galleria San Fermo e nel 1974 al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano presenta l'organizzazione del Segno-Forma-Colore all'interno dello spazio 20.000.000 di anni luce proposto da Vermi.

Dal 1972 al 1975 cerca di determinare le relazioni psicologiche che hanno su di lui i colori. Questo lavoro lo porta a realizzare nel 1975 un'opera di grandi dimensioni: l'Autoritratto. Tra il 1975 e il 1978 realizza l'alfabeto, gruppo di opere che rappresentano la sintesi di quanto contenuto nell'Autoritratto.

Nel 1978 riemerge in lui la voglia di esprimersi con il segno, in quanto è l'elemento che ha la maggior "aderenza ai suoi stati d'animo". Realizza così i Giardini e i Ricordi, opere composte da segni giocosi, che sono il tentativo di dar vita ad una pittura non impegnata.

Dopo tale esperienza nasce il desiderio di "rifondare" e dal 1978 al 1982 il segno ritorna a predominare per dar corpo a opere che si riferiscono al tempo e alla memoria. Dal 1983, con gli Eventi, il Segno ravvicinato, le Maternità e Oltre la Soglia, il suo lavoro si incentra su un segno che è totalmente libero da sovrastrutture e si realizza nella sua totalità.

 

 

 

Luogo mostra: Brescia-Galleria Colossi Arte