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Timbri, attese, moduli, in arte: «Buropazzia»

Riportiamo il testo dell'articolo pubblicato il 17 maggio 2016 sul portale online di Bresciaoggi.

ARTICOLO di Davide Vitacca (articolo disponibile online)

Attese interminabili per ottenere una banalissima autorizzazione, code chilometriche per il ritiro di un semplice permesso, pile di scartoffie impolverate, il ritmico tamtam dei timbri che imprimono sentenze di approvazione o diniego, lo smarrito peregrinare da un ufficio all'altro, dall'ammezzato al quarto piano, dalla scala A alla scala B, pratiche che si smarriscono e altre che riemergono dopo mesi di oblio. In una parola, burocrazia. Se ne può ridere, se ne può piangere, oppure si può impazzire.

LO SA BENE chi ogni giorno, da oltre venticinque anni, lavora per tradurre l'incomprensibile "burocratese“. Achille Pellenghi, titolare dello studio Eureka di via Vittorio Emanuele, ha imparato a convivere con i labirinti e i vicoli ciechi, i ritardi e i paradossi dell'apparato statale italiano, sviluppando, come antidoto, una buona dose di disincantata ironia. Qualità che lo ha spinto, dopo aver già sperimentato negli anni forme innovative e spiritose di comunicazione, a voler tradurre in chiave artistico-allegorica situazioni e personaggi rappresentativi di questo "mostro tentacolare" che spaventa e soffoca il cittadino.

Grazie all'intuizione dell'agenzia pubblicitaria Tam-Tam, che da anni collabora con il suo studio, Pellenghi entra in contatto con l'Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia e decide di affidare la decorazione delle proprie vetrine (già nude per una protesta nei confronti dell'Agenzia di riscossione dei tributi locali) ad alcuni giovani allievi del II anno del Biennio specialistico di Grafica. Totale la libertà espressiva concessa: unico requisito l'aderenza al tema del labirinto burocratico.

«BUROPAZZIA», questo il nome illuminante del progetto avviato lo scorso anno sotto la guida del professor AntonGionata Ferrari, docente di illustrazione, ha coinvolto gli studenti Laura Aiazzi, Alberto Casagrande, Vittoria Savoldi, Andrea Ferraroli, Maria Facheris, Laura Mondelli, Viviana Bertanza e Sara Filippini. Il risultato, inaugurato giovedì scorso, si è tradotto in sette disegni su pannelli verticali e in una vetrofania che appaiono in bella vista nelle cinque vetrine dello studio, aperto nel 2006 all'angolo tra via Vittorio Emanuele e via Aleardi.

Ecco così ricomparire l'icona aziendale del cactus (ispirato al design della Gufram), questa volta in veste di sadico burocrate, immenso e spinoso, avvolto nella nuvola del suo sigaro e pronto a pungere chiunque provi ad avvicinarsi alla sua preziosa valigetta 24h. La burocrazia è però anche un ammasso turbinoso di documenti che travolge l'indifeso cittadino, reo soltanto di aver osato avanzare una domanda; oppure una Torre di Babele (sempre a forma di pianta succulenta) di scale da scendere e da salire, da percorrere senza alcuna garanzia di arrivare a destinazione. Un'interpretazione più metafisica la simboleggia come arido e sordo deserto sopra il quale vengono paracadutati i malcapitati utenti, condannati a un vagabondaggio senza risposte, mentre una visione decisamente più orrorifica la mostra come una piramide gerarchica composta da uomini con le sembianze di macabri scheletri. Infine l'emblematica raffigurazione sotto forma di gioco da tavolo, dove quattro carte disposte simmetricamente ai lati contengono l'immagine di un documento respinto, di uno sportello chiuso, di un modulo da compilare e di un'arcigna impiegata. Al centro, sintesi dell'intero immaginario sul tema, campeggia il ghigno subdolo di un jocker burocrate.

 



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