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Cosi' il 'Brescia Photo Festival' si prepara a invadere la citta'

Alleghiamo l'articolo pubblicato dal Giornale di Brescia il 23 febbraio sulla rassegna "Brescia Photo Festival".

«Kinshasa (Congo)

Sul sito della Lonely Planet, la più nota collana internazionale di guide turistiche, ho letto lo scorso marzo 2016: «Repubblica Democratica del Congo. La situazione della sicurezza, in Congo, è perlomeno 'instabile', e questo a voler essere ottimisti. Le infrastrutture del Paese sono al collasso e molti cittadini temono per le loro vite. Per i viaggiatori, la Repubblica Democratica del Congo resta una meta da evitare».

Con questo spirito ho acquistato alla Royal Air Maroc il mio biglietto aereo per Kinshasa, un volo notturno con breve scalo a Casablanca che alle prime luci dell’alba mi avrebbe portato in Congo dove è in corso la realizzazione di un progetto di cooperazione voluto dall’Associazione bresciana Sfera Franceschetti Onlus.

Da una ricerca più approfondita ho appreso che la Repubblica Democratica del Congo vanta una serie di primati a livello mondiale da fare accapponare la pelle: violenze sui bambini, riti e sacrifici violenti, violenze sessuali, bambini soldato, mortalità infantile, schiavitù, analfabetismo, bande armate, corruzione e non da ultimo da alcuni mesi giungono segnalazioni di alcuni campi jihadisti nell’Est del Paese. Il tasso di mortalità infantile è pari a 161 bambini su 1000 che non raggiungono i cinque anni di età. Un bambino su tre al di sotto dei cinque anni ha un peso insufficiente. L’aspettativa di vita alla nascita è di 46 anni. All’incirca il 30 per cento della popolazione è analfabeta, più del 50% dei bambini non va alla scuola elementare e il 54% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile.

IL DOING BUSINNESS Index per il 2015 ha collocato il Congo al numero 187 su 189 (peggio solo Sud Sudan, Libia ed Eritrea). Il Pil pro capite è il penultimo nell’elenco dei Paesi con 700 dollari all’an- no. La rivista Foreign Policy pubblica annualmente il Fragile States Index, una lista degli Stati che sommano le peggiori performance verificando aspetti diversi (pressione demografica, diritti umani, servizi pubblici, servizi sanitari, sicurezza, povertà...): il Congo si piazza stabilmente al 5° posto preceduto solo da Sud Sudan, Sudan, Somalia e Repubblica Centrafricana.

Secondo i dati delle associazioni non governative attive sul territorio negli ultimi 20 anni sono oltre 6 milioni i congolesi morti per azioni violente, un genocidio realizzato anche con il complice silenzio di Stati Uniti ed Europa che hanno consentito ai Signori della Guerra, padroni di Uganda e Rwanda, di intervenire con le proprie bande armate sul territorio della Repubblica Democratica del Congo per controllare l’esportazione dei metalli preziosi indispensabili per l’economia internazionale. Pare assurdo ma dal Bilancio Statale della Repubblica Democratica del Congo, grande come l’Europa, non risultano entrate rapportate ai quantitativi di metalli preziosi che vengono estratti, mentre molto consistenti sono le entrate nei bilanci dei piccoli Stati confinanti.

IL CONGO è il primo produttore al Mondo di coltan (indispensabile per costruire telefonini e apparecchi elettronici) e di cobalto (prezioso per l’industria aereonautica e aereospaziale), tra i primi produttori al mondo di oro, uranio, argento e diamanti.

Quando il 16 gennaio 2001 il presidente Kabila fu assassinato dalle sue stesse guardie del corpo, per 24 ore la notizia non trapelò, si disse che era ferito e ricoverato in ospedale, in realtà il corpo non fu spostato dal Palé de Marbre. Poiché Kabila non aveva figli, il tempo fu necessario per rintracciare in Tanzania il giovane Joseph, figlio di un amico del presidente al quale si diceva lui fosse particolarmente legato come ad un figlio adottivo. In Tanzania Joseph faceva il taxista. In poche ore fu portato a Kinshasa e presentato come il legittimo successore. Fu evidente che si trattava di una figura fantoccio, ma gli interessi erano e sono tali che pochi osarono avanzare dubbi.

IL PRESIDENTE Kabila oggi appare in pubblico assai di rado e ancor meno vi è qualcuno che ricordi di aver sentito un suo intervento pubblico. Lo slogan del presidente che rimbalza su radio e televisioni è che in Congo è in atto la «Révolution de la Modernité», grandi investimenti in particolare negli edifici residenziali di alta gamma in città, che però non hanno alcun impatto sul progresso del contesto sociale assai degradato. Tanto per fare un esempio oggi meno del 25% del fabbisogno elettrico della capitale è coperto, ciò vuol dire che spesso la fornitura elettrica manca per giorni interi. La maggior parte del territorio dello Stato è raggiungibile solo in aereo poiché la rete stradale realizzata a suo tempo dai belgi è andata completamente distrutta in 50 anni di abbandono. Il prossimo novembre 2016 sarebbero previste le elezioni presidenziali che con l’attuale Costituzione non consentirebbero però al presidente il terzo mandato e la tensione è alquanto percepibile. In modo per ora non ufficiale pare che la posizione del Governo si quella di prendere tempo adducendo problemi di costi.

Mi rendo subito conto guardando dall’oblò che il mare infinito sotto di noi, anzi l’oceano, alle prime luci dell’alba riflette colori diversi. Ho letto nei racconti d’avventura che molti giorni prima di arrivare alle coste del Congo il colore dell’acqua dell’oceano cambia e questo segnale si è rivelato a volte molto pericoloso per il navigante inesperto, perché lo induceva a calcolare male la distanza del porto immaginandolo molto più vicino di quanto fosse in realtà. In effetti la grande quantità d’acqua portata dal fiume Congo viene aumentata nella sua potenza da una foce che è rocciosa e quindi piuttosto stretta al punto che le acque del fiume riescono ad inoltrarsi nell’oceano per centinaia di kilometri, in corrispondenza della foce ancora a 20 kilometri dalla costa l’acqua pescata nell’oceano è acqua dolce.

IL FIUME CONGO è lungo 4.700 km (è il secondo fiume dell’Africa dopo il Nilo per lunghezza ed il secondo fiume del Pianeta dopo il Rio delle Amazzoni per portata di acqua). Nato nelle savane degli altipiani katanghesi, presso la frontiera dello Zimbabwe, il fiume Congo, chiamato però nel suo primo tratto Lualaba, è il vero, vivo e più importante personaggio della storia, della geografia e della economia del vasto Paese che da esso prende nome. Rafforzato ed arricchito dai primi grandi affluenti, si dirige calmo e maestoso verso nord, tra le savane del Maniema, toccando le città di Kabalo, Kongolo, Kasongo e Kindu, in mezzo a paesaggi larghi, aperti, sconfinati. Ogni tanto scende di un enorme gradino, piomba da una terrazza. Passa l’equatore e descrive quindi una immensa, caratteristica curva, piegando verso ovest ed entrando nella foresta densa ed impenetrabile. Stringe ancor più la curva piegando verso sud; doppia una volta l’equatore uscendo dalla foresta ed entrando nella savana, allargandosi pigramente, snodandosi in più corsi d’acqua, perdendo di vista le sue stesse sponde, creando banchi di sabbia, lagune profonde ricchissime di pesce, grandi isolotti sui quali i pescatori fissano le loro capanne. Dopo questa dispersione nella savana, le varie ramificazioni sono raccolte nuovamente in un unico letto e il fiume, già libero, è costretto a passare nella strettoia dei Monti di Cristallo fino alla Laguna di Malebo (Stanley Pool), dove ogni navigazione si arresta. Riprende poi la sua pazza corsa, di rapida in rapida (ben trentadue), alla velocità talora di 18 metri al secondo, facendo echeggiare per kilometri il rimbombo delle sue onde. Ma alla fine avvicinandosi all’oceano, si calma e riprende la sua dignità. Apre per 17 km la sua foce e inoltra la sua massa enorme, 80 mila metri cubi d’acqua al secondo, ricacciando le acque dell’oceano. «L’Egitto - scrive lo storico Erodoto - è un dono del fiume Nilo». Credo che possiamo dire ugualmente della grande pianura congolese: senza il fiume Congo, sarebbe un immenso deserto. Grazie a questo colosso e ai suoi satelliti la rete fluviale navigabile si estende per 13.700 chilometri ed essendo a cavallo dell’equatore non soffre neppure della variazione delle stagioni delle piogge: per il fiume Congo non esiste mai stagione secca.

LA REGIONE del Congo nel 1885 passò nelle mani del sovrano belga Leopoldo II come sua proprietà personale. Negli anni tra il 1500 e il 1850 era stato teatro di una tratta disumana che si stima abbia coinvolto oltre 4 milioni di uomini, donne e bambini che furono catturati e venduti come schiavi sia dai mercanti arabi che dai mercanti europei in America, un terzo di tutti gli schiavi africani. Nel 1908 dopo violente proteste in patria e all’estero il sovrano fu costretto a cedere la sua proprietà allo Stato belga. Fino al 1960 si sarebbe chiamato Congo Belga, dopo divenne un Paese indipendente: la Repubblica del Congo. Nel 1965 Mobutu mise in atto un golpe che lo avrebbe tenuto al potere per 32 anni, in quel periodo il Paese fu ribattezzato Zaire. Dal 1997 quando Kabila lo detronizzò lo Stato fu chiamato Repubblica Democratica del Congo, solo nel 2006 però hanno avuto luogo le prime libere elezioni che hanno sancito l’elezione di Joseph Kabila, presentato come figlio di Laurent Desiré Kabila.

IL CONGO ha una superfice di 2,3 milioni di kmq come l’Europa Occidentale: la foresta equatoriale è 1,45 kmq, una regione grande come due volte l’intera Spagna. Tre delle scoperte zoologiche più importanti del ventesimo secolo riguardano il Congo: il Pavone del Congo, l’Okapi e il Bonobo. Il Congo è anche l’unico Paese al Mondo in cui vivono tre delle quattro specie di scimmia antropomorfe: gorilla, scimpanzé e bonobo, manca solo l’orangutan. Per entrare in Congo ho avuto bisogno di un invito ufficiale, una lettera di invito presentata dalle Suore Francescane Angeline e una «prise en charge» dell’Ambasciata dell’Ordine di Malta che raccomandava «a tutte le Autorità politiche, amministrative e militari» di prestarmi tutta l’assistenza necessaria. Il documento è firmato dal rappresentante dell’Ambasciata Padre Henry de la Kéthulle de Ryhove, un anziano sacerdote che ha vissuto in prima linea una parte della storia recente del Congo, gesuita di nobili natali si è speso e si spende per la promozione sociale e sanitaria del Congo. Padre Henry inoltre è particolarmente noto per essere il nipote di Padre Raphael de la Kéthulle, un nome celebre ad ogni congolese, anziano ma anche giovane, non tanto per l’impegno missionario del sacerdote che ha operato nella prima metà del secolo scorso, ma per il fatto di essere il padre del gioco del calcio congolese. Si deve a Padre Raphael la fondazione dell’Association Sportive Congolaise, dalla quale scaturirono molte iniziative nel campo sportive e nel 1952 la costruzione dello Stadio di Kinshasa capace di 80 mila posti, allora la più grande struttura dell’ intera Africa. Nello stadio che oggi porta il suo nome si sono vissuti alcuni dei momenti più significativi della vita del Congo: dagli scontri che nel 1959 aprirono la strada all’indipendenza, all’in- contro del presidente/dittatore Mobutu con il suo popolo dopo il colpo di Stato del ’65 fino allo storico incontro di pugilato tra Muhammad Ali e George Foreman nel 1974.

OGGI LE DIFFICOLTÀ in Congo sono molte e tutte probabilmente riferibili in ultima analisi alla mancanza di un Governo presente e veramente interessato alla promozione sociale della popolazione. Il danno più grave, per quello che ho potuto vedere, è l’impossibilità per molti di ricevere un minimo di educazione creando così un terreno fertile per la diffusione di «comportamenti» che non sono affatto frutto della tradizione culturale, come qualcuno vuol far credere. Tutto in Congo è a pagamento, dalla sanità alla scuola, con il risultato che ogni giorno quando suor Rachele rientrava dalla scuola dove è insegnante ci faceva il resoconto dei pochi alunni presenti, poiché essendo verso fine anno molte famiglie non avevano più soldi per pagare la retta. Sull’ignoranza diffusa fanno leva anche i molti approfittatori che utilizzando un paravento pseudoreligioso (il proliferare delle sette è impressionante) e rinfocolando antiche credenze legate alla magia nera e agli spiriti maligni trovano l’occasione per estorcere beni e denaro anche ai più poveri riempiendogli la testa di sciocchezze. Un esempio l’ho avuto in occasione della nascita del figlio di un dipendente della missione cattolica di Kikombo venuto alla luce con il labbro leporino. Nonostante il padre fosse considerato un buon cristiano e nonostante la diagnosi del medico che dava anche speranza per un intervento correttivo, il papà ha voluto rivolgersi all’intercessione dell’«esorcista» che ha preteso e ottenuto per il suo intervento inutile due belle mucche. L’intervento dell’«esorcista» o «santone» diviene molto pericoloso quando individua la «responsabilità» per la malattia sopraggiunta, o per la disgrazia o quant’altro di brutto accade normalmente nella vita di ogni famiglia, in capo ad un componente della famiglia stessa. Se si tratta di un adulto, in genere questo se la cava pagando o offrendo un dono; più spesso capita però che venga incolpato l’ultimo arrivato, cioè il figlio più piccolo. Se questo accade il destino è segnato, il bambino deve essere allontanato dalla famiglia, cioè abbandonato.

A Kinshasa, la grande capitale, dove il degrado è più acuto e mancano quei legami di solidarietà che permangono invece nei piccoli villaggi la sorte di questi bambini spesso è la morte violenta. Vengono linciati o bruciati vivi.

DURANTE la mia permanenza a Kikwit presso le Suore Francescane Angeline, a poche centinaia di metri dal convento di quelle Suore Poverelle di Bergamo che furono sterminate dal virus dell’Ebola nel 1996 mentre si prodigavano ad assistere gli infettati, una sera mentre rientravamo a casa la suora che mi accompagnava ha notato due bambini seduti sul muretto fuori dalla parrocchia, poiché li aveva già visti la mattina la cosa la insospettì e volle sapere come mai stessero ancora lì. I bambini risposero che la mamma li aveva mandati via e aveva detto loro di non tornare più a casa perché era colpa loro se il papà era morto. La suora chiamò il parroco che riaccompagnò i bambini a casa con l’intenzione di parlare con la mamma. La mattina dopo andammo dal parroco per sapere come era andata e trovammo lì i due bambini: la mamma non ne voleva sapere di avere due demoni posseduti dallo spirito maligno in casa, come gli aveva spiegato l’«esorcista».

QUESTO è il destino di migliaia di bambini in Congo, «enfants sorciers» li chiamano, bambini indemoniati. Lo scopo principale di questo progetto bresciano di cooperazione che si chiama «Maison de Paix» è dunque proprio quello di creare un posto sicuro dove poter offrire un minimo di assistenza a questi bambini e un minimo di educazione a queste mamme che sono spesso anch’esse bambine. L’attività inizia con il Centro Nutrizionale, affidato a Suor Cristina, dove ai bambini viene offerta ogni mattina una colazione con latte iperproteico e pasta iperproteica di arachidi, nell’occasione i bambini vengono anche controllati, spesso lavati e qualche volta rivestiti. In effetti uno degli aspetti meno valutati ma che hanno conseguenze gravi è il fatto che questi bambini anche quando rimangono in famiglia sono comunque «in più», non fanno parte della famiglia e pertanto non ricevono cibo e cure come gli altri figli. La conseguenza è che la denutrizione nei primi anni di vita comporta spesso un ritardo nello sviluppo, situazione che aggrava il già difficile confronto di questi bambini con i coetanei. I bambini denutriti divengono bersaglio e vittime dei coetanei che sono educati a non avere alcuna compassione o empatia nei confronti di questi fratelli reietti.

Oltre al Centro Nutrizionale è attiva quella che viene chiamata una scuola materna, anche se in realtà, come dice Suor Estela, si tratta più di un centro sociale dove i bambini possono restare durante la giornata, poiché la maggior parte dei bambini non ha una famiglia che contribuisce alle attività anche la frequenza dei bambini non è costante e diviene difficile realizzare un vero percorso scolastico.

IN EFFETTI per un bambino che cresce in strada il richiamo della strada con tutto ciò che accade è ogni giorno uno spettacolo e una voce difficile da non ascoltare. Certo è che questi sono bambini eccezionali: sono svegli e curiosi ma non sanno pensare al futuro perché nessuno gli ha mai parlato del futuro, vivono di giorno in giorno, ma sanno però sognare in grande. Nessuno di loro sa dirti quando è nato forse anche perché non c’è il culto del compleanno e i loro nomi sono spesso legati alla fantasia o alle circostanze legate al momento della nascita. Così tra i bambini del centro ho conosciuto: Trinité e Midì (Merci Dieu), Tresor e Tresorine, De Gaulle e Riche (ricco) ma anche Fils (figlio) e Examen d’Etat (esame di stato). Questi bambini per me sono stati una finestra fantastica spalancata sulla mia vita. Chissà forse in fondo in fondo il fatto è che mi sento ancora un insegnante - la prima professione, probabilmente, come il primo amore non si scorda mai - e mi sento subito coinvolto quando avverto intorno a me la curiosità e il desiderio di sapere, un desiderio che è proprio di ogni uomo. Insegnando qualcosa a questi bambini in questa occasione ho cercato di compiere la mia opera di misericordia. L’ho fatto con molta umiltà e spirito di servizio, ricordandomi che anch’io che oggi insegno a loro ho ricevuto a mio tempo un dono da chi mi ha educato: i miei genitori, i miei nonni e i miei insegnanti. Ogni insegnamento in fine dei conti non ha di mira sempre e solo la vita? Anche quando si insegna una materia scolastica o un mestiere si insegna fondamentalmente a vivere: tutto è al servizio - o dovrebbe esserlo - della vita, che io ho cercato di trasmettere con senso di gratitudine, con spirito di responsabilità e nella consapevolezza delle scarse risorse di cui dispongo. La vera sapienza, lo capisci chiaramente in queste condizioni, diventa tale solo quando si trasforma in esperienza di vita condivisa. Spero che la testimonianza del nostro impegno in questo progetto e del rispetto che mostriamo in quel contesto per tutti quelli che si presentano alla porta potrà promuovere un maggior riconoscimento del valore della dignità della persona nella sua capacità di esprimersi e di crescere conoscendo il mondo circostante. Rappresentare la realtà cogliendone insieme la bellezza e la complessità e consentire a questi bambini di entrare in comunicazione con gli altri. L’educazione è uno dei diritti fondamentali dell’uomo per dare piena attuazione alla sua capacità di comprendere e di decidere. Certo non possiamo illuderci e dobbiamo avere ben presente il fatto che stiamo affrontando qualcosa che è più grande di noi.

DURANTE queste settimane in condivisione della fraternità francescana con le Suore Francescane Angeline in questa realtà così difficile mi è tornata in mente quell’espressione sconvolgente del Vangelo: «Siamo servi inutili». In genere viene ripetuta per sottolineare la dimensione dell’umiltà e del sacrificio, nel senso che non dobbiamo fare il nostro dovere per avere dei meriti. Vivendo questa esperienza invece a me ha fatto pensare che quella inutilità di cui si parla sia la più grande affermazione di libertà mai fatta. Se sei inutile sei libero, libero dai vincoli di responsabilità che non potresti reggere e nemmeno concepire: sensi di colpa, non sentirsi all’altezza, temere il fallimento. Se sei inutile non ci sarà nessuna colpa che tu possa aver commesso e che non possa essere compresa e accolta. Se sei inutile sei libero di provare, di sperimentare, di scegliere e anche di sbagliare. Un saggio vescovo di cui si è perso il nome pare abbia detto ai propri missionari: «Vedete, non sta a noi costruire la grande opera della Chiesa in questo Paese. Se Dio ci ha chiamati qui, è per sparire nelle fondamenta». Utilizzando la logica pasquale si potrebbe anche dire che dovremmo essere come il seme che muore sotto terra».

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